Dalla storia del movimento francescano lo stimolo non a rigettare l’economia, ma a viverla in un orizzonte di “uso sensato” e non di sperpero, nella logica del bene comune.

Presentiamo on-line la recensione che Pietro Messa, Preside della Scuola di Studi Medioevali e Francescani del Pontificio Ateneo Antonianum, ha scritto al volume di Giacomo Todeschini, Ricchezza francescana. Dalla povertà volontaria alla società di mercato, Il Mulino, Bologna 2004 (Intersezioni, 268), ISBN 88-15-09795-3, pp. 216. Il lavoro di Todeschini invita a rileggere diversamente le conclusioni storiche di Max Weber nel suo famoso testo L’etica protestante e lo spirito del capitalismo. Il movimento francescano, proprio per la necessità di chiarire come dovessero essere considerati i beni da un lato nella vita dei frati e dall’altro nella vita dei laici che si rivolgevano ai frati ma erano chiamati a continuare la vita nelle loro famiglie e nella loro professione, si manifesta un crogiuolo della riflessione cristiana sull’economia (ben prima del pensiero di Calvino) nella chiarificazione della differenza fra usura e prestito a rischio del denaro, fra lusso e giusto uso dei beni, nell’orizzonte del bene comune che richiede non una mera enunciazione di intenzioni, ma una “organizzazione”, una “istituzionalizzazione” che lo sostenga e lo renda concretamente possibile.
Il Todeschini – e con lui Pietro Messa – non trascura, comunque, i limiti storici di questa riflessione francescana dovuti ad una interpretazione riduttiva della “comunità” che portava all’esclusione di coloro che non erano cristiani.
La recensione è stata pubblicata in Frate Francesco. Rivista di cultura francescana 71 (2005), pp. 601-605. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line del testo.

Il Centro culturale Gli scritti (22.12.2006)


Riprendendo studi avviati fin dal 1974, Giacomo Todeschini analizza il processo attraverso il quale i Frati minori, fautori della povertà volontaria, sono diventati, paradossalmente, gli ideologi della società di mercato. Già nella Premessa (pp.7-8) egli evidenzia come i francescani, proprio grazie alla scelta di una povertà volontaria, siano venuti elaborando un linguaggio economico che contribuì alla formazione delle categorie basilari del pensiero economico occidentale.

Nel capitolo primo, Un’epoca di sviluppo e di organizzazione (pp.9-54), l’A. illustra il contesto che favorì la nascita e la diffusione della nuova ricchezza nei secoli XII e XIII; egli, in particolare, mette in evidenza l’importanza della figura dei mercanti, i quali erano a volte associati e a volte contrapposti agli usurai. Proprio perché le due categorie erano facilmente confondibili, fu necessaria la definizione delle caratteristiche soprattutto per quel che riguarda gli usurai, i quali venivano considerati tali poiché avevano come scopo quello di «tesaurizzare, accumulare non per investire e distribuire, ma per accumulare ancora» (p.22).

Tuttavia, proprio in questo contesto storico si fa avanti un nuovo concetto di povertà che non è soltanto quella dei miserabili, ossia di coloro che sono privi di occupazione e falliti economicamente a causa di carestie e guerre, ma soprattutto quella scelta da chi riconosceva la povertà di Cristo quale valore sociale concreto. Proprio in questo tempo, caratterizzato da un confronto serrato tra il legame con la terra, la bramosia del denaro e l’emergente civiltà mercantile, nacque Francesco d’Assisi, il quale, come tutti i poveri volontari, divenne «portavoce di un’economia del possibile e dell’eventuale» (p.44) che favorì l’invenzione di nuove categorie interpretative per un’autoconsapevolezza economica, la quale, fino a quel momento, si era nutrita di quanto elaborato da monaci ed ecclesiastici durante la lotta del papato con l’impero.

Nel capitolo secondo, Francesco e i francescani: la scoperta dell’altrove (pp.55-107), l’A. mette in evidenza come le scelte codificate nella Regola minoritica richiedano che la stessa povertà «[debba] essere “pensata” e praticata, ossia fatta funzionare» (p.61). Proprio per soddisfare questa esigenza, apparentemente contraddittoria, inizia un percorso di riflessione riguardante la ricchezza, quale corrispettivo contrario della privazione. E così, per praticare la povertà, «di denaro […] si parla spesso negli scritti di Francesco e del primo francescanesimo» (p.66), anche nel caso in cui ciò serva a vietarne l’uso, addirittura quando quest’ultimo è necessario per soddisfare i bisogni umani fondamentali.

Nella continua valutazione della giusta distanza tra bisogni concreti dei frati e ricchezza complessiva del territorio in cui si vive, come anche tra necessario e superfluo, vengono analizzate parole come “uso”, “utilizzo”, “proprietà”, “possesso”. L’attenzione viene focalizzata sulle ricchezze del creato, con la loro utilità, le quali – proprio a motivo della scelta della povertà – non devono essere possedute, ma soltanto usate e fatte circolare. In questo modo la predicazione francescana non poteva non assumere una connotazione politica. Soltanto quattro anni dopo la morte di Francesco, nel 1230 con la bolla Quo elongati la scelta della povertà divenne oggetto di un’articolata discussione riguardante l’uso del denaro e delle cose, con la separazione, appunto, dell’“uso” dalla “proprietà”.

Nell’ambito della predicazione tale riflessione si estese, per i Minori, alla differenza tra l’uso sensato e lo sperpero dei beni, applicandosi, cioè, all’uso dei beni economici. Così la propria scelta di povertà diventa esempio per quanti devono amministrare la ricchezza e che per far questo chiedono consiglio ai frati stessi.

Nel contesto di questa problematica si distinse il frate provenzale Pietro di Giovanni Olivi, spirituale difensore dell’uso povero ed, allo stesso tempo, teorico della realtà mercantile, o per meglio dire, del problema del “giusto prezzo”. Egli seppe trovare risposte efficaci, attingendo proprio dalla tradizione francescana, separando l’uso del denaro dalla sua proprietà, ossia l’utilità dall’appartenenza, in modo da giustificare l’uso delle cose, senza però affermarne, appunto, la proprietà. In questo modo viene data la «possibilità ai ricchi che rimangono ricchi di essere simili ai poveri di Cristo» (p.99). Di conseguenza il denaro viene ad assumere un senso positivo consistente nell’«abilità mercantile a farlo circolare senza immobilizzarlo: a usarlo senza volerlo accumulare, a viverlo come un’unità di misura, e non come un oggetto prezioso» (p.100).

Il capitolo terzo, L’uso del mondo: da Narbonne a Genova (pp.109-157), continua nell’analisi della riflessione francescana iniziata dall’Olivi, ma anche da Giovanni Duns Scoto, sottolineando come un passo ulteriore è da rinvenire certamente nella distinzione tra l’usura, consistente nella vendita di denaro per altro denaro, e i giusti diritti sul denaro, spettanti a coloro che lo prestano. Il mercante stesso è ormai inteso da Olivi come un professionista capace di aiutare la comunità nella gestione del denaro e che, come tale, può commerciare il suo stesso lavoro a patto che venga riconosciuto pubblicamente come una persona di fede, ossia corretta e coerente nel suo parlare e agire. Il mercante, per Olivi e altri francescani dopo di lui, è considerato come il garante della felicità pubblica, in quanto capace di coordinare i rapporti tra produttori, consumatori e i diversi professionisti. In questo modo, egli diventa un uomo virtuoso, se non addirittura eroico, «interlocutore privilegiato dei poveri in Cristo» (p.131).

Come protagonista della vita sociale, il mercante è considerato come il buon amministratore della famiglia e proprio per questo non ci deve essere separazione tra vita privata e quella pubblica, cioè tra vita economica e vita politica. Ciò che decide della moralità o meno di un mercante è l’uso che egli fa del denaro, ossia se quest’ultimo diventa capitale da investire per il bene comune, oppure rimane oggetto di un’appropriazione egoistica.

Nell’ultimo capitolo, Il mercato come forma della società: da Barcellona a Siena (pp.159-207), l’A. individua le conseguenze della riflessione francescana: infatti, se il mercante deve essere colui che gode di buona fama, in quanto attento al bene comune ed alla felicità pubblica, diventa indispensabile fornire alcuni criteri per riconoscerlo, o meglio, per riconoscere chi non lo sia in modo autentico. Dato lo stretto legame tra attività commerciale ed attenzione alla comunità, ne consegue il fatto che non ci si possa fidare di coloro che vivono non pienamente integrati nella vita civica, come si riteneva allora avvenisse nel caso di ebrei ed eretici. Le loro attività sono giudicate dai francescani come la negazione dell’economia solidale e mercantile che deve, al contrario, caratterizzare il vero mercante. Ciò introduce un elemento di conflittualità tra economia cristiana e non cristiana, in quanto quest’ultima condotta da persone ritenute responsabili di bloccare la crescita del mercato, quali ebrei, donne che si occupano di ornamenti inutili, speculatori e oziosi. Ormai non sono più i singoli contratti a dire della moralità o meno di una condotta economica, ma le intenzioni che gli uomini d’affari dimostrano di avere nel loro operare. I mercanti sono divisi tra fedeli e infedeli e ciò diventa il presupposto ideologico della fondazione dei Monti di Pietà che verranno ad esprimere un progetto economico di sviluppo favorito dalle stesse autorità pubbliche.

Coloro che sono dediti all’economia devono essere uomini di fede, come mostrano le prediche di Bernardino da Siena, innanzitutto nella loro famiglia per poi esserlo nel mercato, a beneficio di tutta la città. Le ricchezze non devono essere accantonate improduttivamente, ma fatte circolare in modo produttivo. Persino la restituzione di ciò che è stato tolto ingiustamente va differita se essa va a scapito del bene di tutta la comunità, così come il fallimento di un commerciante incapace è da favorirsi se significa uscire da una situazione di improduttività. In questa maniera si spiega anche la predicazione contraria ai monili femminili che sottraggono ricchezza destinata all’utilità della comunità cristiana. Proprio quest’ultima è il fine ultimo della vita economica; pertanto quella predicata dagli osservanti è un’economia che contrappone coloro che appartengono alla comunità cristiana a chi non vi appartiene. L’avversione agli ebrei viene così ad essere determinata non da motivi “razziali”, ma economici.

Con il tempo il pensiero francescano si diffonde al punto che un uomo d’affari come Benedetto Cotrugli nel 1458 può scrivere che il mercante perfetto è colui che usa il denaro in modo spassionato e indifferente, da vero uomo sociale capace di gestire anche il potere. Al tempo della Riforma i francescani compaiono ormai raramente nell’ambito del dibattito economico, tuttavia, le loro idee avevano ormai significativamente contribuito a formare le categorie di un pensare economico, grazie al loro modo evangelico di usare il mondo che condanna qualsiasi tesaurizzazione improduttiva, mentre esalta i legami di reciprocità e solidarietà. Proprio la difficile scelta francescana della povertà, secondo l’A., «aveva potuto catalizzare e razionalizzare le tensioni di un mondo in trasformazione» (p.197). La comunità, il bene comune devono essere il fine delle attività economiche e proprio a partire da queste categorie sviluppate dal francescanesimo sarà facile giungere ad attribuire allo stato il compito di regolare il rapporto tra privato e pubblico.

Distanziandosi dal pensiero di Max Weber l’A. afferma che «in questa prospettiva, le posizioni etico-economiche di Giovanni Calvino ci appaiono radicate in un terreno assai più antico di quello costituito dalla Riforma» (p.198). Tuttavia, Todeschini conclude affermando che proprio ciò che fu elaborato dai francescani in merito al profitto ed al mercato, se da una parte condusse ad un incivilimento e ad uno sviluppo della socialità nel vivere economico, dall’altra comportò il formarsi di un grosso gruppo di esclusi dalla felicità pubblica costituito proprio da infedeli, infami, incivili e poveri.

Le ricche note che corredano il testo, così come l’Indice dei nomi finale, rendono il volume di Giacomo Todeschini, allo stesso tempo, di grande interesse scientifico per gli addetti ai lavori, ma anche facilmente fruibile dai meno esperti.
L’A. con il suo volume presenta un aspetto del pensiero francescano poco conosciuto; normalmente, infatti, è la questione della povertà l’argomento ritenuto caratterizzante il pensare dei Minori. Leggendo il testo di Todeschini non si può non riconoscere l’inadeguatezza di uno studio che, ad esempio, approfondisca il pensiero di Olivi, inerente la povertà, escludendo le sue riflessioni riguardanti l’attività mercantile. Soltanto nella considerazione di entrambi gli elementi diventa non solo comprensibile, ma anche praticabile, quanto da lui indicato come peculiare del carisma di san Francesco d’Assisi.

Possiamo dire che il pensiero francescano inerente l’economia, presentato da Todeschini, rappresenti la risposta a quanto chiedeva il cardinal Giovanni Battista Montini, arcivescovo di Milano, nel discorso pronunciato ad Assisi il 4 ottobre 1958: «E’ possibile, Francesco, maneggiare i beni di questo mondo, senza restarne prigionieri e vittime? E’ possibile conciliare la nostra ansia di vita economica, senza perdere la vita dello spirito e l’amore? E’ possibile una qualche amicizia fra Madonna Economia e Madonna Povertà? O siamo inesorabilmente condannati, in forza della terribile parola di Cristo: “E’ più facile che un cammello passi per la cruna d’un ago che un ricco entri nel regno dei cieli?” (Mt 19,24)… Così insegnaci, così aiutaci, Francesco, a essere poveri, cioè liberi, staccati e signori, nella ricerca e nell’uso di queste cose terrene, pesanti e fugaci, perché restiamo uomini, restiamo fratelli, restiamo cristiani».

p. Pietro Messa, ofm

(tratto da http://www.gliscritti.it/approf/2006/papers/messa03.htm)

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